SET MUSICALE al “Festival Gaber” di Acqualagna (PU)
2 marzo 2008
21:30
ACQUALAGNA (Pu), "Festival Gaber"
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Massimo Puliani
presenta

 

 

“FESTIVAL GABER”
di Acqualagna

 

 

tra gli ospiti:
Luigi Mariano

 

 

brani eseguiti:
Io non mi sento italiano
Il singhiozzo
Cos’avrebbe detto Giorgio?

 

 

 

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LE MIE IMPRESSIONI:

Domenica 2 marzo ero a cantare ad Acqualagna (Pesaro), la capitale del tartufo, ospite dell’importante Festival Gaber marchigiano, una rassegna-omaggio svoltasi per la maggior parte nel mese di febbraio e partita appena quest’anno, che ha però già goduto della “benedizione” di Paolo Dal Bon, storico collaboratore del sig. G e presidente della Fondazione Gaber. L’organizzazione dell’evento, molto appassionata, la si è dovuta al regista/attore teatrale Massimo Puliani e ad Alessandro Forlani, col preziosissimo supporto della squisita Elisa Del Signore.
Un treno perso e una scarpa su di un ampio e giallognolo escremento molliccio hanno scandito l’inizio (in mattinata) e la fine (l’indomani, all’arrivo a Roma, appena sceso dalla macchina) della mia bellissima avventura marchigiana. Ma quel che più è contato, come si può immaginare, è avvenuto al centro: un’esperienza stimolante e ricca di incontri, fatta di musica e di persone da ricordare e raccontare. Ma andiamo nei dettagli del Resoconto.

 

VIAGGIO IN AUTO:

Perso (domenica mattina) il treno delle 12:20 a causa di un imperdonabile errore di un bigliettaio (ha omesso di dirmi che la partenza del regionale, a quell’ora, era da Tiburtina e non da Termini: si può?), decido in quattro e quattr’otto di partire in macchina. Non ho altra scelta: i treni successivi arrivano troppo tardi. Tra rimborso del biglietto e pranzo, entro in macchina piuttosto tardi, verso le 14 :30.
Il viaggio è rilassato. Solo tra Gubbio e le Marche diventa pieno di tornanti. Ascolto radio e CD, mi ripasso a mente la scaletta e i testi. Arrivo alle ore 18 ad Acqualagna, diritto sparato nel bell’hotel-ristorante (prenotatomi dall’organizzazione). Faccio conoscenza col gestore Michele che, oltre a occuparsi di tutto con la moglie, scopro essere anche un raffinato chef, appassionato di golf. Poi mi dirigo verso il centro storico, che in una moderna struttura al coperto, di forma circolare, ospita l’avvenimento.

 

SERATA GABER:
Arrivo sul posto chitarra in spalla e sono concentrato. Mi fa piacere conoscere gli organizzatori, tutti e 3 persone splendide e gentili. Massimo Puliani cerca di abbozzare con me una scaletta del mio intervento, che lui suggerisce in due tempi: uno iniziale di un quarto d’ora e poi un altro finale, una specie di grande medley dei brani di Gaber, da cantare tutti in coro. Per me va bene e accetto di buon grado.
Lo spettacolo parte. Si susseguono sul palco vari interventi, molto incisivi: sia teatrali (recitazione di monologhi gaberiani ad opera del perfetto Claudio Tombini), che musicali, questi ultimi col bravissimo Federico Bisciari (Fred Bizzarri) e il suo chitarrista Renèe Conte, in un bel momento a metà tra Gaber e Tom Waits. Oltre al progetto solista di Federico hanno infatti proprio una coverband di Tom Waits.

Alle 20:30 arrivano a tavola delle bruschette al tartufo! E dopo il primo piatto (sempre a base di tartufo, beh ovvio), Massimo Puliani mi chiama sul palco.

Dopo il mio intervento, che sento essere molto gradito dal pubblico, parte lo strepitoso concerto dei Rari Ramarri Rurali, un gruppo folk-rock con ironia teatrale a quintali, ritmo alla “Elio e Le Storie Tese” e arguzia alla Gaber (fanno anche qualche cover del sig G).

 

DOPO CONCERTO:
Alla fine è però troppo tardi per il grande medley gaberiano che avrei dovuto “dirigere” con la chitarra: si capisce bene infatti che dopo circa 5 ore (dalle ore 18!) la gente pensa proprio che sia tutto finito e sta già sfollando. Puliani ci resta malino, anche perché in scaletta (oltre al mio medley) ci sono pure altri artisti, che sembrano cani bastonati. Io gli faccio capire che (per quanto riguarda me) va bene lo stesso.

I Ramarri mi regalano il loro divertente disco, mentre nel frattempo mi si avvicina entusiasta Vito Panìco, un simpaticissimo fotografo originario di Tricase, che ha vissuto a Milano per decenni, fotografando grandi cantautori e cabarettisti. Dice che è felicissimo di conoscermi, ha una gran voglia di raccontarsi, di parlarmi, di stabilire un contatto umano molto forte. Amo gli entusiasti e lo assecondo, perché a pelle mi sta molto simpatico. Mi dice tante cose, mi lascia cellulare e email, mi dice di aver anche conosciuto Gaber e di non perderci di vista, lui ama gli artisti. Lo ricontatterò volentieri.

 

GLI ANEDDOTI DELLO “CHEF”:

Torno in albergo dopo aver salutato e ringraziato tutti. C’è Michele nella piccola reception. Sono piuttosto stanco e dopo un breve scambio di battute, in cui mi chiede (sulla fiducia!) se son disposto a suonare nel suo hotel per un progetto futuro che lui ha in mente, faccio per dirigermi ai piani superiori. Ma lui… sembra abbia voglia di parlarmi (forse devo ispirare in tal senso…!) e, non so come, il discorso scivola rapidamente sul periodo in cui faceva lo chef a Milano, con tutti i VIP che ha conosciuto. Inizia a raccontare vari aneddoti, tra cui uno su Jannacci (“completamente fuori”, il suo commento affettuoso): pare che una volta nel suo ristorante mangiò davanti a lui i petali e i boccioli di tre rose. Nel senso proprio… che le masticò e poi le deglutì. Mi dice che Jannacci era un bravo primario di Pronto Soccorso e che ha salvato tante vite, ma che era troppo schizzato e quindi ha anche combinato pasticci seri, al punto da essere licenziato (e ormai da un po’ di anni) dal Policlinico. Mi racconta che non ce n’è uno, nel mondo dello spettacolo, che non sniffi coca (e questo più o meno già si sapeva).
E piano piano, senza accorgercene, arriviamo al punto: dice di essere stato per 4 anni lo chef (oltre che di Briatore) anche di Berlusconi! Infatti sulle pareti della reception campeggiano articoli di giornale che lo riguardano. Mi rivela tantissime cose di quel periodo, mi racconta del rapporto stretto con Silvio, con Paolo (“il quale poveretto si accollava ogni eventuale guaio del fratello Silvio”) e con Confalonieri. Dice che erano dei veri signori. Mi racconta che Jannacci è furibondo con Silvio perché quest’ultimo ha rifiutato l’inno del Milan scritto da Enzo. Beh, si sa, Silviuccio se lo voleva scrivere da solo. Afferma che la villa di Arcore (villa S. Martino) fu comprata sul finire degli anni ‘80 (“nell’87, mi pare”) e qui stranamente il naso non si allunga, forse perché non è una balla: è solo un puro “non conoscere i fatti”!! Michele mi pare un uomo in perfetta buona fede, anche quando si arrischia a dire, temerario, che Marco Baldini (la grande spalla di Fiorello) è stato in gioventù un calciatore di seria A. Mi fornisce una visione un po’ diversa della faccenda dell’acquisto della Mondadori, in cui si intromise quel “bastardo di De Benedetti”. Mi prospetta, con tanto di prova inconfutabile (che mi spiazza e mi lascia interdetto), una nuova suggestiva ipotesi, ipotesi che lui appunto definisce fatto certo, sull’origine segreta delle fortune del Cavaliere. Ma questa è una chicca che mi terrò per me.

Dopo tutti questi racconti sto per crollare. La stanchezza mi assale e ormai non ce la faccio proprio più. Saluto il buon Michele e vado a nanna. Che giornata.