QUESTO TEMPO CHE HO

Terza traccia del cd “Asincrono“.
Video fotografico di Elisabetta Indennitate.

 

STORIA del BRANO:

Il primo giorno di primavera è il compleanno della mia figlia/emozione creativa più forte e più sentita, quella cioè che il 21 marzo 2006 mi portò a scarabocchiare (su un foglio a quadretti ritrovato poi per miracolo) delle immagini vagamente oniriche o metaforiche, accompagnate da un riff arpeggiato in re maggiore, uscito di getto non so da dove. O forse lo so.
Le canzoni son come i fiori, nascon da sole, son come i sogni…”, cantava poeticamente qualcuno.
No, le canzoni son come i figli e i figli non nascon da soli, come credevamo da piccoli. I figli (quasi sempre) nascono da un atto d’amore ben preciso, una congiunzione carnale tra due entità, uomo e donna, che danno vita a un essere nuovo. Anche una canzone nasce da un atto d’amore: quello tra l’Emozione del Presente (la donna che riceve) e una particolare Emozione (aggrovigliata o meno) del Passato (l’uomo che feconda). E’ un rapporto passionale al massimo grado: sembra quasi che, durante questo travolgente congiungimento, una delle due emozioni debba avere la meglio o prevalere sull’altra. Invece, dopo un vero e proprio “corpo a corpo intimo”, di rivalsa e al contempo di piacere estremo, viene concepito (in un orgasmo annichilente da togliere il respiro) il nucleo di qualcos’altro, che da lì a quel momento sarà appunto “una cosa differente” rispetto ai suoi genitori, diventando l’Emozione del Futuro: una figlia autonoma, che con le sue gambe viaggerà per conto suo, per il mondo e la gente, interpretata nei modi più bislacchi e disparati da chiunque se ne ciberà impunemente o la incontrerà sulla sua strada, amandola o maltrattandola, com’è giusto che sia.
Ogni genitore ama tutti i propri figli, perché c’è (in ognuno di loro) il germe istintuale della prosecuzione della specie e anche un pizzico della propria essenza e anima.
Allo stesso modo ogni cantautore è legato a ogni sua canzone, anche alla più ignobile e oscena (ne ho un bel po’ da parte), perché l’esigenza impellente del concepimento (fuori da ogni calcolo discografico freddo e senz’anima) non tiene affatto conto né dell’estetica né della logica, e risponde solo alla più naturale delle urgenze creative, molto spesso catartica e in certi casi persino terapeutica.

E’ però anche vero che, al di là di qualsiasi ipocrisia, anche i genitori hanno sotto sotto i loro figli prediletti.

Dal vivo, per questo brano, ci sono stati duetti con tantissimi amici musicisti o cantanti.
Vari amici lo hanno addirittura “coverizzato”.

Il mare che quella notte del 21 marzo 2006 mi si agitava dentro, nel petto, c’è ancora. Anche se ora è diverso e l’ho messo molto più a fuoco: so cos’è, cosa significa e anche quale forza può darmi, oltre all’angoscia.
Nel 2006 lo capivo meno. Molto meno.
Ero sperso tra i flutti. A tratti ingoiavo acqua e a tratti respiravo ossigeno, in un’alternanza esasperata e vorticosa: avere 33 anni e sentirsene ancora 23 causa qualche smottamento interno. Va da sé. Specie se l’incertezza e la precarietà della propria esistenza pare non abbiano approdi o sbocchi “imminenti”, e non sembrano risolversi neanche un po’, né dal punto di vista economico né sentimentale.

Se solo ci fosse più tempo a disposizione per il riscatto.
Se solo si potesse legare il tempo con le catene ad una sedia, uscire, risolvere tutti i guai che ci hanno fatto diventare asincroni e sfalsati (di decenni) e poi tornare indietro, slegando le catene. E finalmente ritrovarsi di botto tra le mani più tempo per conoscere, amare, accogliere, capire, ascoltare, abbracciare.
Niente: non si può. Servirebbero dei secoli. Forse millenni.

Il riff arpeggiato in re maggiore era partito all’improvviso, nel cuore di una notte in fondo simile a questa, anche se molto più confusa, impastata di sentimenti fortemente contrastanti e ambivalenti: malinconia e speranza, lacrime e sorrisi, solitudine cercata e solitudine subìta. A cavallo tra l’inverno e la primavera, nella notte che separa due stagioni opposte. Visioni di prime gocce di pioggia dopo il sole si alternavano alla visione di una fragola su un tavolo, a un coltello che la faceva a fette e al sangue che d’un tratto zampillava copioso, mischiandosi al rosso della fragola, fondendo il piacere e il dolore in un solo confuso colore-corallo, e rendendo il tutto sempre più complicato da comprendere, soprattutto a me stesso.

La tapparella rotta (e quasi del tutto crollata) della mia stanza, buia ormai anche di giorno per un autopunitivo letargo dello spirito, iniziava però lentissimamente a lasciar passare, da una minuscola fessura, una tenue fievole luce, quella dell’alba che stava arrivando, a fare la radiografia al pulviscolo sospeso nell’anima, intorbidita da mille grovigli e sensi di colpa.

Ah, se tutte e 12 le ante di quest’immenso armadio si potessero questa notte spalancare di colpo e se da ognuna di loro potessero spuntare braccia familiari di persone care, a stringermi e a soffocarmi d’affetto… forse… forse questi tormenti (atavici) si placherebbero. E forse questo movimento incessante, che ora mi sballottola (come in una tempesta), facendomi passare senza soluzione di continuità dalla paura alla speranza, dalla chiusura involutiva alla fiducia negli altri, dal più acuto dolore alla più solare gioia di vivere, diventerebbe una canzone.